Erano in pochi gli italiani che, in quel giugno del 1982, confidavano che la nostra Nazionale di calcio potesse vincere il campionato del mondo organizzato in Spagna.
Attorno agli Azzurri serpeggiava scetticismo. La classe giornalistica remava contro, orchestrando qualsiasi polemica, anche la più spicciola. Al punto che i ragazzi, guidati dal commissario tecnico Enzo Bearzot, reagirono chiudendosi in silenzio stampa.
La squadra ottenne la qualificazione passando dalla prima alla seconda fase a gironi con il minimo sforzo. Nella fredda città atlantica di Vigo, per accedere al turno successivo, bastarono tre scialbi pareggi, affrontando nell’ordine Polonia, Perù e Camerun.
Da quel momento, per raggiungere le semifinali, bisognava vincere il raggruppamento a tre, che si disputava, agli antipodi, nella calda Barcellona, sul campo del vecchio stadio Sarria, con i campioni mondiali uscenti dell’Argentina e il favoritissimo Brasile. Era una missione ritenuta impossibile dall’opinione calcistica italiana. Chi ci credeva era considerato un inguaribile e irragionevole sognatore.
Nella sparuta schiera di irrazionali appassionati, c’era un parmigiano. Era un tifoso del Parma, il quale, nella notte di San Giovanni, dopo aver seguito in televisione la sfida con i camerunensi e aver consumato la tradizionale sacralità dei tortelli d’erbetta, decise di raggiungere la penisola iberica, nei giorni seguenti, per essere al fianco dei nostri calciatori in quelle due prove, ritenute insostenibili, contro le potenze sudamericane.
Corrado Sani, trentaseienne, partì verso la Catalogna insieme alla compagna Lella. Al volante dell’auto prestata dal padre, l’allora iconica Citroen GS, che trainava un carrello rimorchio con una tenda e la minima attrezzatura da campeggio.
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